San Michele 2021

Aggiungo all’articolo precedente, che pubblicai qualche anno fa, alcune riflessioni sulla situazione attuale, che richiama da più parti la preghiera e l’invocazione a San Michele, specialmente in questi giorni in cui Egli inizia la sua intensa azione autunnale.

Tutti speriamo in un suo intervento deciso e nella possibilità che queste Tenebre che ci avvolgono e che ci tolgono la Libertà ogni giorno di più, possano essere vinte dalla sua Spada di Luce.

Tuttavia, come già scrissi, non possiamo chiedere disperatamente aiuto e nel frattempo stare a guardare. Siamo stati fin troppo pigri ad osservare un mondo che anno dopo anno, da diversi decenni, sprofondava verso l’abisso.

Dove eravamo? Dov’era in noi la forza micheliana? Siamo stati in grado di sviluppare un pensiero compenetrato di cuore, un cuore compenetrato di pensiero, e una volontà integra e pervasa di contenuti morali?

Forse davanti a queste domande traballa la nostra coscienza, ma queste sono in realtà le autentiche domande micheliane. E poiché tutti stiamo sperando in Lui, se non l’abbiamo ancora fatto, diamoci da fare, in quel po’ di tempo che ancora ci è concesso, a ripulire le tenebre della nostra anima affinché si schiariscano anche le tenebre esteriori, cominciamo a vivere profondamente nella bontà, nella bellezza, nella verità, a maturare quella particolare forza che nasce dalla saggezza del cuore e dal “destarsi all’anima altrui”.

La nostra dolce Italia è toccata in due punti dalla Linea Sacra della sua Spada, questa perfetta linea retta che parte dalla Palestina e arriva in Irlanda. L’Italia è l’unico paese ad avere due luoghi in cui pulsa questo vigore spirituale micheliano, uno è Monte Sant’Angelo in Puglia, l’altro è la Sacra di San Michele in Piemonte.

Ed è per questo che oggi siamo così tormentati. Le forze delle Tenebre si aggirano maggiormente nei luoghi dove irradia la Luce. Esse si contendono questa nostra culla di cultura, di arte, di storia, di spiritualità, ma soprattutto il suo essere territorio del futuro destino dell’uomo (come indicato da Rudolf Steiner). Esse vogliono rubare la natura intima del popolo italiano e la potenzialità delle sue forze evolutive.

Alcuni chiedono: cosa aspetta Michele ad intervenire?

Proviamo a rispondere con le parole di Emil Bock, tratte dal suo libro, “Apocalisse”:

In un’epoca di Michele è difficile far valere l’elemento spirituale: l’arcangelo manifesta a noi il suo amore difficile da comprendere perché si aspetta che noi continuiamo la lotta da lui combattuta in cielo contro le potenze del drago. In un’epoca di Michele c’è sempre il pericolo di un diluvio che inondi l’anima…

E’ della massima importanza, nella struttura generale dell’Apocalisse, che il nome di Michele venga fatto esattamente nel punto centrale del libro, nel cuore… L’Apocalisse rivela così il suo segreto centrale. Si manifesta così essere il vero libro di Michele… E’ lui il regista dietro la scena, la forza propulsiva del dramma…

Michele ama quel che si conquista con fatica più di quel che si conserva con pia devozione. Chi si proietta con volontà verso il futuro si può sottrarre all’incantesimo del drago.

Se meditiamo queste parole, sentiremo profondamente che Michele aspetta noi, specialmente noi del Nord Est, perché la nostra gente è volitiva e la nostra terra è sorgente di forti impulsi rivolti al futuro, di radici per un mondo libero che cresca in comunità e fratellanza. Questo è il “nuovo” verso cui tende Michele e verso cui dobbiamo tendere con fatica e grande volontà, nonostante il diluvio che inonda l’anima.

Michele attende le nostre azioni. Egli non è soltanto il Signore delle milizie celesti, ma anche delle milizie terrestri. Egli è un Essere silenzioso, che osserva attentamente la natura morale del nostro agire, la nostra disciplina, il nostro coraggio.

Volto del Cristo, Guardiano della porta del Sole, Paladino di Maria: questo e molto altro è Michele. Egli ama la Terra e l’umanità. Offriamogli il nostro amore con tutte le nostre forze. Noi dovremmo essere una piccola Luce per la sua Veste Radiosa, una dolce Parola per le sue Benedizioni, un generoso Seme per la sua Saggezza, una Mano aperta per accogliere e continuare la sua Azione.

Facciamo che questo autunno, che si presenta già col cupo aspetto di una profonda sofferenza, possa essere per Lui un momento in cui vede la nostra forza congiungersi alla sua in un’alleanza di fedeltà e amore.

Concludo inoltrando la canzone: “Il peregrino e l’Arcangelo”, di Alba Sali, augurando a noi tutti di far nostre le parole finali: “Offro alla strada tutto il mio impegno, unico desiderio è esserne degno”.

SAN MICHELE, la festa degli uomini liberi

Rudolf Steiner credeva profonda­mente nell’importanza di creare una festa per Michele, per questa Maestà dei mondi spirituali, che oggi è la guida di tutti coloro che con coraggio ed entusiasmo si ac­cingono a trasformare il male in bene.
Il 29 settembre dovrebbe diventare un giorno celebrativo di particolare intensità spirituale, qualora si rico­noscesse nell’Essere di Michele Colui che opera a fianco del Cristo per condurre l’uomo verso la sua autentica meta: la libertà e l’amore. Continua a leggere “SAN MICHELE, la festa degli uomini liberi”

“Negazionisti” della Verità

Dove è stato smarrito il coraggio di “vedere” ?

 

Diversi mesi fa rimasi amaramente colpita da un’intervista in televisione a Umberto Galimberti, nome illustre della cultura italiana, il quale affermava che la gente oggi non vuole vedere come stanno i fatti, e lasciandosi guidare dalle viscere, invece che dal pensiero razionale, nega che esista la pandemia. Citava poi il meccanismo di negazione, quale ce l’ha portato Sigmund Freud, quale difesa che tende ad eliminare dalla mente cosciente ciò che è spiacevole e doloroso.

Questo è certamente quello che ha detto Freud e che si può riscontrare facilmente nei deboli di mente, o in tutte quelle persone che per varie ragioni non vogliono o non sono in grado di vedere, riconoscere e accettare un fatto per quello che esso effettivamente è.

Quello che però mi lasciò molto male in quell’intervista, peraltro fortemente sostenuta dal conduttore televisivo, è che tale meccanismo di negazione veniva attribuito da Galimberti, non senza una dose di cinico giudizio, a coloro che non hanno mai negato nulla, ma al contrario hanno cercato di vedere con più chiarezza e spirito critico, hanno provato a vedere oltre.

Si potrebbe dire che la parola contraria al negare, in psicologia, non è solo l’affermare, ma soprattutto il vedere.

Chi sono i veri negazionisti? Coloro che credono ciecamente nella pandemia o coloro che in merito a questo hanno cercato di vedere più a fondo ponendosi qualche domanda?

Personalmente non ho mai incontrato nessuno che abbia negato l’esistenza di questo fastidioso virus, come sostengono Galimberti e tutti coloro che, attraverso i media, raccontano menzogne di così vasta portata, paragonando addirittura i negazionisti del Covid con i negazionisti dell’Olocausto, quando in realtà coloro che il mainstream definisce malevolmente negazionisti sono stati i primi a scorgere nei fatti di oggi le preoccupanti analogie con l’olocausto, cosa che in questi giorni si sta evidenziando con drammatica realtà.

Chi è definito negazionista dalla narrazione ufficiale è in realtà colui che vede, colui che si pone domande, che approfondisce, studia, cerca, osserva, confronta i dati, confronta il parere di chi sostiene un’idea con quello di chi ne sostiene un’altra. È colui che aderisce ai principi morali della propria coscienza e cerca, attraverso le sue proprie forze e non attraverso quelle comode della massa, la difficile strada della Verità.

Gli altri, i più, coloro che non vedono, ossia gli autentici negazionisti, rimasti intrappolati nei loro meccanismi di difesa, proiettano, in un modo che il nostro Freud definirebbe “paranoico”, le oscurità e le debolezze del loro inconscio sugli altri, su coloro che vedono.

Costoro, quelli che vedono, sono per gli altri una grande minaccia. Dall’oscura cantina dell’inconscio da cui nasce l’autentica negazione proiettata a specchio su chi ha invece gli occhi ben aperti, costoro temono, arrabbiati e tremanti, chi non la pensa come loro. E questo, per la semplice ragione che vedere la realtà per quello che essa è, significherebbe mettere in discussione tutte le loro scelte, le loro sicurezze, le loro dipendenze; perché richiederebbe coraggio, impegno e tutta la sofferenza che chiede la Conoscenza.

E così tutto si è capovolto. La menzogna è diventata verità, e la verità è diventata menzogna. Quelli che vengono definiti negazionisti sono in realtà quelli che vedono e i non negazionisti sono quelli che non vedono.

Galimberti certamente sa che chi nega ha una mente che per certi aspetti è rimasta immatura e chiude le porte a qualsiasi domanda che la possa far crescere secondo la naturale spinta evolutiva che muove l’essere umano, così come la stessa vita sociale quando è sana. Tuttavia, egli non riconosce chi è il vero soggetto della sua analisi.

Nonostante l’ampiezza della sua cultura, da Galimberti non ci si può attendere la corretta visione (la quale purtroppo non gli si è modificata nel corso di questi mesi) perché la cultura del nostro tempo manca proprio dell’unico elemento che la può rendere feconda: lo spirito, la visione spirituale della vita, e quindi l’apertura alle radici della coscienza.

Tuttavia, questo ribaltamento di concetti, questo termine “negazionisti” applicato in senso spregiativo nei confronti dei pochi che hanno osato vedere, lascia sempre una certa amarezza.

 

Mi sono occupata a lungo del meccanismo di negazione, in particolare quando studiai la genesi psichica del cancro. La negazione sorge come difesa inconscia quando si è piccoli, ma può rimanere come modalità automatica di atteggiamento, per cui, di fronte ad avvenimenti particolarmente traumatici, dolorosi, sgradevoli o faticosi, si preferisce una scrollata di spalle e guardare altrove. L’evento doloroso in tal caso sprofonda nelle zone più buie dell’inconscio. Esso non è soltanto dimenticato, è proprio negato, cioè per la mente cosciente non esiste più. E può rimanere laggiù per sempre, oppure esprimersi attraverso malattie. Il cancro, malattia che sta crescendo in maniera esponenziale, è quasi sempre una delle drammatiche conseguenze del meccanismo di negazione.

Ed oggi si può osservare inoltre come il cancro sociale in cui siamo immersi, non sia altro che la negazione dei principi fondamentali di una coscienza libera e dell’impegno personale che essa richiede.

La negazione è sempre un pericolo in una persona adulta. Essa sta alla base di comportamenti patologici e criminali e la si riscontra ogni volta che davanti ad un misfatto il colpevole dice: “non sono stato io”, e lo dice non perché mente, ma perché davvero non sa di essere stato lui, l’inconscio meccanismo di negazione gli impedisce di saperlo.

La negazione è quanto provoca i maggiori disagi nella vita di relazione. Infatti, non è possibile alcun dialogo, alcun confronto con chi mente senza sapere di mentire, con chi proietta il proprio mondo inconscio sugli altri, attribuendo ad altri le colpe che sono sue.

Questo è ciò che purtroppo sta accadendo ora sul piano sociale, ormai a livello mondiale. Ciò che fa più male a tutti coloro che hanno capito, percepito, visto qualcosa di tragicamente serio in questa esagerata ed enfatizzata questione del Covid, è la gran massa degli autentici negazionisti, con i quali si interrompe ogni dialogo, ogni logica e rispettosa riflessione. In un credo cieco e superficiale, asservito al potere e all’opinione pubblica, questi autentici negazionisti vivono (o sopravvivono) nella loro bolla, incuranti di possedere una mente in grado di porre domande, un’anima in grado di esigere libertà, uno spirito in grado di sviluppare dignità.

Questo è in parte comprensibile perché le persone, e soprattutto i più giovani, sono educati da tempo a non avere idee, a non pensare in modo creativo, a non cercare i nessi simbolici tra le cose, a non verificare i fatti. Con una comoda fiducia nei modelli propinati loro dai media, si lasciano condurre in uno stato semisognante lungo la via che conduce al nulla. E verso chi tenta di svegliarli, sorge, dalle cantine dell’inconscio, il processo di negazione.

Si nega, nonostante l’evidenza, che i dpcm siano pieni di contraddizioni, che i dati possano essere manipolati, che il distanziamento non eviti il contagio ma minacci la sana vita di relazione, che le mascherine siano dannose oltre che inutili, che i vaccini siano un potenziale pericolo per la salute e per la vita, che i tamponi siano a volte inattendibili, che le autentiche cure non vengano incentivate… Si nega il danno che stanno subendo bambini, adolescenti, anziani, ammalati…  si nega che il green pass sia un vile ricatto e una minaccia per la comunità umana. E con collera maggiore si negano tematiche di tipo psichico e spirituale, ad esempio che sia la paura ciò che offre un terreno di grande proliferazione dei virus, oppure che ci sia una necessità di destino nelle malattie e che esse siano manifestazioni di processi evolutivi…

La mancanza totale di una cultura vivente, feconda e spirituale ha portato il meccanismo di negazione, non più ad essere un processo patologico in qualche sfortunata persona, ma un processo patologicamente “normale”. 

Quello che però è davvero difficile da accettare è il negazionismo di gran parte dei medici. C’è da chiedersi dove hanno smarrito il senso della loro professione, la missione del loro destino, l’etica del loro giuramento.  C’è da chiedersi perché negano ai pazienti la verità. Hanno paura, sono minacciati, sono ricattati, sono corrotti? Forse. Ma la maggior parte subisce la logica del pensiero unico, dimenticando (negando) il valore della sacralità della loro professione. Ne conosco molti dire ai loro pazienti che il vaccino è sicuro (perché?); che bisogna farlo per restare in salute (perché?); che chi non si vaccina non pensa agli altri (perché?); che chi ha un’idea diversa è un ciarlatano, un asino, un demente (perché?); è un negazionista (perché?); ragiona di pancia (perché?)

Per grazia o per merito o per destino, la vita mi ha sempre posto nella condizione di farmi domande e la mia attività mi ha in seguito condotto a suscitare sempre negli altri le domande. È solo la domanda che apre la coscienza e l’autocoscienza. È la domanda ciò che accende la fiamma dell’evoluzione.

I bambini sanno porre domande. Una quantità infinita di “perché” popola il loro primo linguaggio. Un po’ alla volta però questi “perché” vengono spenti dalla famiglia, dalla scuola, dalla cultura dominante, dalle mode correnti, dall’imitazione di modelli sociali oggi quanto mai perversi e malati. E quel sano “perchè” si perde totalmente nel “è così”.

 

Nella leggenda nordica di Parsifal si narra che Parsifal, quando arrivò al castello del re del Graal, fallì in un primo momento la possibilità di diventare il custode del Graal, perché, obbedendo alle regole della cavalleria, non aveva osato porre una domanda, o meglio La Domanda, la domanda fondamentale: “Perché?” “Perché il re è ferito?” Questa semplice domanda avrebbe avuto il potere di guarire il re e avrebbe consentito a Parsifal di diventare il custode della Sacra Coppa che contiene il sangue di Cristo. E per questa omissione egli dovette fare un percorso molto più lungo e complesso per raggiungere l’Iniziazione ed essere così degno del Compito a cui era stato chiamato.

La storia di Parsifal racchiude il mistero che ogni essere umano porta in sé, ed il cammino ch’egli fa è il cammino di ogni uomo che voglia raggiungere l’unione interiore, l’armonia di inconscio e coscienza, di anima e spirito, coppa e sangue; in altre parole, di chi vuole raggiungere la spiritualizzazione dell’anima, meta ultima dell’evoluzione terrestre, e che si attua attraverso il progressivo vedere, accogliere, elaborare, trasformare ciò che abita nell’oscuro inconscio.

Nessuna obbedienza alla “moderna cavalleria” potrà mai farci entrare nel castello interiore. La mitica vicenda di Parsifal ci svela due cose fondamentali: la prima è disobbedire, la seconda è chiedere. Nessun meccanismo di negazione potrà mai aiutare l’evoluzione dell’uomo. È per questo che chi è manovrato dai Poteri Oscuri usa questa parola per stigmatizzare coloro che negazionisti non sono. Confondere, ingannare, ostacolare è il loro compito.

Si può comprendere come tali Poteri siano così tremendamente forti oggi, e come il loro obbiettivo sia togliere all’uomo la possibilità di farsi domande. Essi conoscono bene come il tempo che stiamo vivendo sia il tempo che sveglia nell’uomo la coscienza, e che tale coscienza nasce proprio con il porsi e porre domande.

Credo che chiunque oggi sia in grado di farsi domande, non possa far altro che osservare con grave sgomento quanta gente obbedisca, rifiuti, neghi ciò che si palesa con sempre maggior evidenza nella dittatura sanitaria che stiamo subendo. Chiunque si ponga domande, cioè chi vive, consapevolmente o meno, il messaggio cristico contenuto nel Parsifal, guarda amaramente stupito ciò che gli succede intorno: persone colte e razionali che di fronte ai fatti di oggi perdono la ragionevolezza, perdono l’innocenza della domanda, perdono il bambino in loro.

Se non diventerete come bambini non entrerete nel regno dei cieli”, disse Qualcuno, ed anche “Chiedete e vi sarà dato”.

Nelle vicende di Parsifal, il cui nome significa Puro Folle, c’è racchiuso il segreto per salire all’altezza dei bambini e prepararci quindi la possibilità di entrare nel Regno dei Cieli. Puri e folli, con gli occhi ben aperti, senza nulla negare, disobbedendo alle regole imposte, e ancora in grado di dar vita al pensiero attraverso le domande.

1° Agosto: la Festa del Grano

Recuperiamo le antiche tradizioni per fecondare l’anima di oggi.

Il primo di agosto è un momento particolare dell’anno. Infatti, ricorre l’apertura di una delle otto porte che ci collegano ai mondi spirituali. L’anno solare offre otto momenti in cui si “assottiglia il confine tra i Mondi”, secondo un’antica, ma sempre attuale, conoscenza. Sono giorni in cui possiamo connetterci con più facilità con le forze divine, in cui sentiamo in modo particolare, nella nostra interiorità, il legame con l’Essere della Terra e con l’Essere del Sole.
Di tali festività, celebrate fin dai tempi remoti e fino ai primi secoli del cristianesimo, legate alla riconoscenza per i frutti della Terra e per gli animali, oggi rimane soltanto qualche traccia. Esse sono sempre momenti di passaggio della Luce, Luce crescente e calante, giorno e notte, vita e morte; e tutto viene sempre riconosciuto nel senso sacrificale della Trasformazione.
Di questi otto momenti, quattro ci sono maggiormente noti e sono i due solstizi e i due equinozi: il solstizio d’inverno con il Natale, il solstizio d’estate con San Giovanni, l’equinozio di primavera con la Pasqua, e l’equinozio d’autunno con San Michele. Tali ricorrenze cadono ogni tre mesi, ma all’incirca a metà di questi cicli, che sono connessi alle quattro stagioni, troviamo sempre altre quattro ricorrenze, che sono legate in modo sottile alla vita di Madre Terra, al suo riposo e alla sua azione. Esse sono nel linguaggio celtico:
1) Festa della Luce Crescente (Imbolc, oggi Candelora), primo di febbraio, a metà tra il solstizio d’inverno e l’equinozio di primavera;
2) Festa della Fertilità (Beltane), primo di maggio, tra l’equinozio di primavera ed il solstizio d’estate;
3) Festa del Grano (Lughnasadh), primo di agosto, tra il solstizio d’estate e l‘equinozio d’autunno;
4) Festa dell’Oscurità (Samhain, o dei Defunti), primo di novembre, tra l’equinozio d’autunno e il solstizio d’inverno.
Di queste feste ci sono abbastanza note quella della Candelora e dei Defunti, mentre ci rimangono pressocché sconosciute quelle del primo di maggio (la cui eco rimane nell’attuale Festa del Lavoro) e il primo di agosto, che rimane sullo sfondo spostandosi verso San Lorenzo.
Immaginando quindi il cerchio dell’anno, lo possiamo vedere diviso in otto parti, otto passaggi della Luce, che cresce e decresce portando con sé i segreti del nostro mondo interiore.
È importante oggi recuperarne il significato dalle antiche tradizioni e ricondurle al nostro tempo, perché esse sono in grado di risvegliare delle forze assopite nella nostra anima, la quale sempre percepisce velatamente questi passaggi.
Il primo di agosto ricorre quindi la Festa del Grano. Presso i Celti era la festa del dio Lughnasadh, il cui nome è probabilmente derivato da Lux, termine latino che significa Luce. Infatti, da questo momento la luce solare tende a decrescere con una certa rapidità, e il calore, che in questi giorni arriva alla culminazione, inizierà pure a diminuire.
Questa festa probabilmente è stata dimenticata dalla nostra cultura, perché è immersa nel clima di vacanza e di spensieratezza che l’estate ci porta. Ma questo non può impedirci di notare che il giorno s’accorcia, che le stelle cadenti cominciano ad inondare il cielo notturno mostrandoci visibilmente dal cosmo quali sono le forze che, similmente al ferro meteoritico, dobbiamo sviluppare dentro di noi. Tali forze legate al ferro, ossia al coraggio, fanno sì che i processi di interiorizzazione che iniziano a spostarsi dallo spazio esterno verso l’anima nostra, in accordo con l’anima della Terra, non abbiano a trovarci impreparati.
Tale momento, infatti, se non è colto in modo armonioso, è spesso causa di quella malinconia che ci coglie verso fine agosto, perché il sentire intimo non si è collegato con la natura della trasformazione solare e terrestre.
La Festa del Grano parla della fine delle fatiche del lavoro agricolo, della gioia del raccolto e del piacere del riposo. Da questo momento si arresta la vita vegetativa. E ci troviamo infatti a sei mesi esatti dalla Candelora, dal momento in cui le forze cosmiche, risalendo dalle profondità della Terra, portano al risveglio del mondo vegetale. Ora siamo invece alla sua fine. I cieli sono azzurri e la luce è ancora forte, viaggi e vacanze a volte ci impediscono di partecipare a quella prima intimità dell’anima che prelude l’autunno e che parla di un primo sentimento di decadimento e di morte.
Come tutte le feste della Luce, anche questa può essere celebrata accendendo fuochi, benedicendo il grano, il pane, i frutti che la Terra dona generosamente. Si possono intonare canti, danzare, ringraziare, intrecciare corone di spighe e conservarle per tutto l’anno come segno di prosperità e come riconoscenza alla Madre Terra.
Recuperare la dimensione sacra di queste festività è quanto mai importante ai nostri giorni. Ricordiamo che tali festività hanno radici nei tempi antichi in cui gli Iniziati erano a contatto con gli Esseri del mondo spirituale. Essi ci hanno trasmesso i misteri che uniscono la vita dell’uomo alla vita del cosmo, misteri che le nostre chiese hanno quasi totalmente abbandonato, lasciando che l’aspetto esteriore ed eccessivamente razionale della vita prendesse il sopravvento. Il primo di maggio, ad esempio, è diventato la Festa del Lavoro e non più la dolce festa dell’amore che nasce tra i giovani e che feconda la vita. Il primo agosto è stato quasi totalmente dimenticato. Di esso rimane soltanto un’eco a San Lorenzo e al suo richiamo alle meteoriti.

Nei giorni che stiamo attualmente vivendo, così colmi di tensione e insieme così preziosi per il futuro dell’umanità intera, accanto alle nostre manifestazioni, ai nostri turbamenti, alle nostre preghiere e alle nostre vacanze, mettiamoci anche qualche pensiero meditativo per questa festa dimenticata, dove la Terra inizia il suo riposo e il Sole l’accompagna dolcemente addormentandosi nel suo grembo, ogni sera sempre più presto, guidandoci piano piano verso la Luce misteriosa che da oggi inizia a fiorire sempre più dentro l’Anima.

SAN GIOVANNI E IL SOLSTIZIO D’ESTATE

Il trionfo della Luce, l’offerta della Terra al Sole, l’anima umana si apre al cosmo.

Tra le infinite magiche cose donateci da Rudolf Steiner vi è quella della relazione tra la luce delle lucciole e le immagini della Terra nei giorni di San Giovanni.

Egli dice che le lucciole accendono le loro piccole luci nei campi di grano nelle notti d’estate, per ricordare agli uomini come appare la Terra agli Esseri che la osservano dalle lontananze cosmiche nei giorni del solstizio: una luce che s’accende nel cosmo. E come la Terra, anche gli uomini si “accendono” e risplendono nello spazio.

La festa di San Giovanni ricorre il 24 di giugno, nei giorni in cui, nell’emisfero nord della Terra, si celebra l’inizio dell’estate e il trionfo della Luce. San Giovanni nacque dunque nel tempo polare al Natale, esattamente sei mesi dopo. A Natale si celebra la nascita di Gesù, l’Anima Purissima che attraverso il battesimo di Giovanni, avrebbe accolto in sé il Cristo. Il 24 giugno si celebra la nascita di Giovanni, di colui che si sarebbe fatto tramite per il Cristo, per l’Essere dell’Amore, di quell’Amore la cui manifestazione visibile è intessuta nella Luce.  

Quelle stesse forze di Luce che nel tempo del Natale, nel solstizio d’inverno, raggiungevano la massima interiorità nel grembo della Terra e all’interno della nostra anima, e che sono poi risalite durante la primavera, ora raggiungono la massima potenza all’esterno.

Le notti si sono fatte sempre più brevi e i giorni sempre più lunghi; la Luce Solare, nella sua relazione con il Cristo-Sole e quindi con la nostra Coscienza, è ora alla sua massima espressione. Così come la Luce, anche la nostra Coscienza si espande verso le altezze, portando con sé i doni maturati nei mesi freddi, fecondati nell’anima durante l’oscuro inverno.

Luce interiore è quella del Natale, luce cosmica quella di San Giovanni. I semi deposti a Natale dall’Arcangelo Gabriele nell’interiorità dell’uomo, ora iniziano a dare i loro frutti, mentre i doni dell’estate, portati dall’Arcangelo Uriele, ci verranno poi restituiti a Natale.

Gabriele è l’Angelo dell’Annunciazione, egli è tenero e materno e custodisce nella nostra Anima le forze fecondanti della Luce interiore durante il periodo invernale, per restituircele in estate. Uriele, nel cui nome vi è la radice Ur (Luce Originaria), ha invece uno sguardo severo, ammonisce a non disperdere la nostra Coscienza nell’abbagliante estate, ma a rimanere radicati in noi stessi, in quel mistero che Giovanni Battista portò con la sua venuta. Egli, attraverso il battesimo di Gesù, si fece tramite tra il Padre e la Madre, tra il Padre Cielo e la Madre Terra. Egli fu il tramite affinché il Cristo si unisse all’uomo, affinché il Cielo si unisse alla Terra.

Padre, Madre e Figlio, l’immagine della Trinità è quanto viene evocato nella festa di San Giovanni. È la celebrazione di un’immagine dove vediamo la Terra inondarsi delle forze del Cielo.

In una grande alchimia cosmica, le forze argentee della Terra salgono verso il Cielo e vengono intessute dal Sole di uno splendore d’oro, che viene poi nuovamente consegnato alla Terra. La Terra “espira” quanto ha inspirato nei mesi bui, e questo avviene anche per la nostra Anima. Anche noi, nei nostri corpi sottili, diventiamo in estate degli esseri risplendenti.

Il termine solstizio deriva dal latino sol stat, e sta a significare la sosta del sole, poiché sembra che il sole si fermi in quei giorni, in quella sua massima altezza, prima di cedere alla discesa. Nel linguaggio celtico attuale il solstizio viene chiamato Alban Heruin, ossia Luce della riva,[1] poiché è come se ci fosse una “riva”, o linea di confine tra il salire e il decrescere della luce.

Il solstizio d’estate, infatti, mentre porta il Sole in culminazione, ci ricorda che da quel momento la forza-giorno comincia a cedere il passo alla forza-notte. La luce solare del giorno incontra la luce lunare della notte. Come a Natale, quando nel culmine delle tenebre comincia la risalita del Sole, ora inizia lo stesso processo invertito. Il Sole entra nel segno del Cancro, il segno della grande maternità cosmica, governato dall’astro lunare. Durante il solstizio, Sole e Luna s’incontrano, si scambiano le forze fino a quando le ritroveranno sei mesi dopo.

Questo dialogo tra opposti ci racconta che niente nella vita è statico, che quando abbiamo raggiunto il massimo della salita inizia il declino, e dal massimo declino inizia la salita, così come nel culmine della tristezza possiamo preparaci ad incontrare la gioia e nel culmine della gioia l’inizio di una nuova discesa.

Nei giorni solstiziali, dal 21 al 24 giugno, nell’eccitante luminosità e nel calore dell’inizio estate, è importante celebrare questo insegnamento, non dimenticare lo sguardo severo di Uriele, sapere che mentre celebriamo la gioia della potenza del Sole si sta già preparando il suo allontanamento.

Come tutti i giorni che segnano una “riva”, un momento di passaggio, anche questi sono carichi di particolari forze mistiche e curative. Alla rugiada di San Giovanni si attribuisce il potere di migliorare la vista, far crescere i capelli, ringiovanire la pelle ed anche rendere fertili le donne sterili.

L’iperico, detto anche “erba di San Giovanni”, dal bel fiore giallo a forma di stella, è l’erba della felicità. Usato come antidepressivo, può aiutare a guarire dalla malinconia, ma anche da diverse malattie. Il suo nome, Hyperikon, significa “proteggere”. A questa pianta infatti era anticamente attribuito il potere di proteggere da entità negative.

Anche la quercia è una pianta che ha una relazione con il solstizio. Essa infatti fiorisce in questi giorni e segna proprio il passaggio della Luce, da crescente a calante. Il suo legno veniva usato per accendere i falò nella notte di San Giovanni. La forza enorme con la quale questa pianta s’inserisce nella vita, racconta di quanto è forte la vita solare in questo momento.

È importante godere del calore estivo che arriva, sentire la pienezza del cuore, gioire con il rigoglio della verdeggiante natura, abbracciare nuove forme di un più dilatato amore, che si riveleranno preziose nei periodi freddi, quando non saremo così “amati” dal Sole. Si può celebrare tutto questo attraverso musiche e danze, accendendo fuochi, simbolo del Sole, durante la notte, e benedicendo l’acqua, simbolo della Luna e della Terra. Si può anche meditare insieme su Madre Terra, sulla sua incondizionata offerta al Sole, affinché anche la nostra Anima possa vivere la stessa offerta, porgendo i valori e la capacità acquisite, immergendosi nella potente Luce senza smarrire se stessa, ma vivendone consapevolmente tutta l’aurea bontà e bellezza.

“Lo splendore lucente del creato

dal profondo del cuore mi costringe

a dar libero volo

della mia vita alle forze divine;

a abbandonar me stesso

e pur fidente a ricercarmi

nella luce e nel calore del mondo”.[2]

[1] Roberto Fattore, “Feste Pagane”, Macro Edizioni.

[2] Rudolf Steiner, “Calendario dell’Anima”, editrice Antroposofica